Sabato mattina

In piazza delle erbe c’era il gazebo del PD. Raccoglievano le firme per far dimettere Berlusconi.
Mi avvicinai un pò in sordina, con le mani dietro alla schiena per camuffarmi con i pensionati che se ne stavano a ciacolare li attorno.
“Ragazzo, vuoi firmare?”, mi sorprese una voce alle mie spalle. Mi voltai e vidi una signora sul metro e sessanta che, sorridendomi, mi porgeva una di quelle bic arancioni con il tappo nero.
“Veramente non saprei, quello che mi finora mi ha sempre bloccato dal firmare è stato il pensiero del dopo. Cosa succederà dopo Berlusconi?” le chiesi.
“Dopo si vedrà! Vieni, mettiti qui. Ecco la penna. No, metti pure via il documento, non serve”.
Così firmai, ma in modo più sereno dell’ultima volta: Paul Feyerabend, Vienna.

In piazza della frutta c’era il gazebo della Lega. Erano tutti quanti incazzati per il 150° dell’unità d’Italia.
Un uomo, spingendo una bici sottomarca “Rock”, si avvicinò a me bisbigliando “questi con il bunga bunga si sono rotti il cervello”, per poi inforcare lesto le due ruote e allontanarsi. Devo smettere di indossare le clark, offrono spunti per una categorizzazione della quale non sempre ne vado fiero.
Anche in questo caso, l’attacco giunse alle spalle.
“Ehi giovanotto, prendi un volantino!”, tuonò un signore con i baffi e un cappello a tesa larga color marrone. Forse non aveva ancora visto le mie scarpe.
“Grazie, ma veramente…” non riuscii a concludere quella che sarebbe stata una frase particolarmente scomposta e ostica da partorire, che il suo sguardo si posò sui miei piedi.
“Ah, abbiamo qui uno di sinistra! E scommetto che hai pure firmato l’appello di quelli del PD?! Ahahah!”.
Annuii.
“Ho firmato, ma quello che mi preoccupa è il dopo”, dissi dopo alcuni secondo di silenzio.
“Il dopo?”, disse il signore allargando le braccia e sgranando gli occhi. “Dopo veniamo noi.”

E qualcosa mi dice che sarà proprio così. Nel frattempo, ho lustrato le clark e le ho poste nello scaffale più alto della mia scarpiera.

Mentre lo scettico considera ogni opinione ugualmente buona, o ugualmente cattiva, o desiste completamente dal dare tali giudizi, l’anarchico epistemologico non ha alcuno scrupolo a difendere anche l’asserzione più trita o più mostruosa. Mentre l’anarchico politico o religioso vuole abolire una certa forma di vita, l’anarchico epistemologico può desiderare di difenderla, poichè egli non ha alcun sentimento eterno di fedeltà, o di avversione, nei confronti di alcuna istituzione o ideologia.”

Paul Feyerabend, Contro il metodo

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2 risposte a Sabato mattina

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